e sì, ci sono cascata anch’io
Dico subito una cosa scomoda: noi marketers siamo (spesso) un po’ snob.
E sì, mi ci metto anch’io.
Non si dovrebbe generalizzare mai, tantomeno giudicare, ma oggi faccio entrambe le cose.
Questo pensiero, in realtà, si è fatto strada nella mia testa quando ho iniziato a lavorare.
All’epoca (sì, epoca è la parola giusta) per chi terminava il percorso universitario, l’ambizione non era certo lavorare nel B2B. Tutti puntavano alle grandi aziende consumer con marchi noti, ad aziende del settore lusso, tech oppure a blasonate agenzie di comunicazione… E chi faceva una scelta controcorrente veniva visto con un certo scetticismo.
Quando, ancora laureanda, ho ricevuto offerte sia nel settore consumer che nel business to business, ho scelto quest’ultimo. Non per un piano preciso o per passione, ma per un contratto migliore.
Avevo 24 anni e quella scelta mi attirò qualche critica da parte dei colleghi ricercatori che mi vedevano abbandonare il percorso di ricerca e dei colleghi di studi che: “Davvero preferisci lavorare per “nome azienda dei famosi foglietti gialli riposizionabili anziché per “nome di un famosissimo brand di yogurt”?
Oggi le cose sono un po’ cambiate. Ai nomi altisonanti di aziende e agenzie – che rimangono sempre in voga – si unisce il desiderio di lavorare per una startup “giovane e dinamica”. Ma il sottile snobismo dei marketers non è scomparso.
Ne ho avuto ulteriore conferma di recente, supportando un’azienda nella selezione di figure per il team marketing. I candidati escludevano l’opportunità non perché mancassero stipendio, benefit, valori o smart working ma perché il prodotto non era abbastanza cool per i loro standard e/o perché l’azienda non era ancora al massimo della propria digitalizzazione – omincanalità – figaggine.
Vogliamo aziende brave nel digital marketing, ma non vogliamo essere noi a renderle tali.
Vogliamo lavorare con grandi aziende e ci dimentichiamo che:
Le PMI italiane sono circa 211mila, e sono responsabili, da sole, del 41% dell’intero fatturato generato in Italia, del 33% dell’insieme degli occupati del settore privato e del 38% del valore aggiunto del Paese.1
Questo è solo un esempio dello snobismo che permea il nostro settore.
I marketers dividono il mondo in fazioni:
- B2C vs. B2B
- Azienda digitalizzata vs. azienda da digitalizzare
- Branding vs. lead generation/performance
- Prodotti cool vs. commodities
- Strategia vs. operatività
E no, non è una questione di posizionamento professionale.
Posizionarsi come marketer significa fare una scelta consapevole, ovvero identificare in quali progetti possiamo portare il massimo valore aggiunto, in quali contesti le nostre competenze siano appetibili, ricercate e differenzianti e, perché no, scegliere situazioni per noi stimolanti.
Posizionarsi è un atto di lucidità, non di giudizio. Lo snobismo, al contrario, riduce il tutto a preconcetti che non considerano le reali opportunità di crescita, per noi e per i progetti che seguiamo.
E anche io non sono immune dallo snobismo. Ecco cosa mi è successo qualche mese fa.
Ero stata contattata da un potenziale cliente che si occupa di attrezzature per gli stabilimenti produttivi (non posso essere più precisa, NdA2 imperat).
Appuntamento fissato alle 18.00 negli uffici, in zona industriale.
Arrivata sul posto, ho parcheggiato la macchina e, controcorrente rispetto al flusso degli operai che uscivano dal turno centrale, mi sono diretta verso gli uffici.
Sapete quanto sono belle le zone industriali, vero? Alle 18 poi, sono già una desolazione.
Mentre camminavo stavo già storcendo il naso. (Momento snob nr. 1).
Arrivo all’entrata. La guardia era in pausa, il citofono muto. Un ragazzo (il gentilissimo Daniele), che guidava un muletto, mi ha vista spaesata e mi ha indicato la strada.
Percorrendo il camminamento tra pallet, sfridi di lavorazione e linee produttive , ho pensato: “Ma che ci faccio qui?” (Momento snob nr. 2).
Quando finalmente sono entrata in sala riunioni, mi attendevano l’amministratore delegato e il direttore generale.
Abbiamo iniziato a parlare, mi hanno raccontato del progetto e mi sono accorta di quanto avessi sottovalutato la situazione.
Mi aspettavo una realtà industriale ferma al passato e invece ho trovato un progetto interessante e un management pronto ad investire nel marketing e a sfidare il “nel settore si è sempre fatto così”.
Una chiara consapevolezza dell’importanza del marketing strategico, un buon lavoro di posizionamento, un CRM ben popolato da utilizzare, una strategia di lead generation attiva, da migliorare.
Certo, nulla è perfetto e tante cose erano e sono ancora da fare – era proprio per quello che mi avevano contatta – ma il potenziale, il poter fare la differenza e la possibilità di divertirmi, erano enormi.
Il mio snobismo per fortuna ha lasciato spazio alla curiosità. E sono felice di far parte di questo progetto.
Dietro prodotti o settori apparentemente “poco sexy” si possono nascondere progetti entusiasmanti.
E non c’è un settore, un’azienda o un prodotto “migliore” in assoluto.
Ci sono i notri interessi, le nostre competenze e capacità e sono questi fattore che dovrebbero guidare le nostre scelte (a parità di fatturato/guadagno).
Come dice Giorgio Soffiato, siamo i progetti che facciamo.
Ed è proprio come intendi questa frase a fare tutta la differenza.



